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Cara ragazza dai capelli rossi ti vorrei dire tante cose ma io non spoilero

May 13, 2016

 

Oggi ho avuto l’opportunità di assistere ad un intervento esterno durante una lezione di un corso di Antropologia.

E’ stata fatta una piccola innovazione in un mondo accademico così stantio, un mondo che ha lo stesso odore di tutti quei libri accatastati con all’interno un sapere inestimabile ma che nessuno ormai legge più, lo stesso odore.

La docente, una donna giovane, bella e intelligente come poche, ha voluto fare un dono ai suoi studenti. Lo ha fatto perché quegli studenti, anche se non lo sanno, le hanno dato forze nuove, risvegliando in lei la coscienza del suo inestimabile valore.

Così ha voluto rendere il favore offrendo loro la possibilità di avere occhi nuovi.

L’antropologia è una disciplina poco conosciuta che si prefigge di analizzare l’uomo e la sua evoluzione nel tempo. Questo significa prendere in considerazione la sfera biologica, che sta alla base di tutto, come fosse lo starting point. Da lì le interazioni sociali, la storia, la religione hanno creato delle macrostrutture in cui l’umanità si muove e si evolve tanto da rendere complessa la ricerca della motivazione che scatena un determinato comportamento.

 

Questi ragazzi studiano questo, per oggi, that’s all. Avranno parlato tanto del razzismo ma non tutti lo avranno subito. Avranno parlato di differenze di genere ma nessuno di loro è stato ancora scartata ad un colloquio perché donna o uomo.

Sono giovani e devono assorbire la teoria prima dell’iniziazione al mondo.

La docente oggi ha dato loro l’opportunità di capire come sia importante saper veicolare il proprio sapere. Questi ragazzi potranno conoscere molto dello scibile umano ma niente cambierà se tutto ciò dovesse rimanere solo nella loro mente. Quelle nozioni, quei ragionamenti, quelle intuizioni devono uscire di lì e scontrarsi con la realtà. Molte rimbalzeranno tornado indietro così forte e con così tanta veemenza da procurare, a chi le ha lanciate, lo stesso dolore di un calcio in bocca. E succederà, succederà che quel sapere si rivolti contro chi l’ha lanciato perché chi l’ha lanciato non ha misurato il tiro in funzione del bersaglio.

Ma cosa serve per fare centro? L’esperienza, solo quella. Perché solo l’esperienza insegna la pazienza e le interconnesioni. Insegna a valutare l’interlocutore ascoltandolo senza giudicarlo o prevaricarlo. Serve a creare la connessione, connessione che farà da binario al pensiero veicolandolo dritto al destinatario.

Oggi si è parlato tanto, 3 ore! L’argomento è stato l’empowerment femminile. Lo strumento con il quale l’ospite veicola questo messaggio, sono i tacchi (se siete curiosi la trovate qui, è una forza).

 

Lei lo fa ormai da anni e di donne ne ha viste e di situazioni differenti anche. Ogni donna ha la propria vita, i proprio condizionamenti sociali, la propria famiglia, il proprio percorso di vita e il proprio motivo per il quale ha bisogno di quel calcio in culo per andare avanti.

Di base però tutte le donne che arrivano ad aver bisogno di uno schiaffo, una sveglia, un consiglio o semplicemente una scrollata soffrono il dilemma "donna di casa" (moglie, madre) vs "donna in carriera" (lavoratrice dipendente o imprenditrice).

Sono intervenuta e ho portato l’esempio della mia azienda e di come gli uomini la fanno da padrona con i loro modi di comunicare in cui io sono esclusa a prescindere. Allora mi devo gasare in qualche modo per non rimanere in un angolo, devo sentirmi all’altezza per non rimanere in silenzio, devo sentirmi una bomba per farmi ascoltare.

Ma è così facile essere sempre così sicure di se? Sentirsi sempre così perfettamente appropriare? Nella vita di tutti i giorni, escludendo il lavoro, ci sentiamo sempre al top?

Di solito ci sono giorni in cui ci sentiamo accettabili, alcuni in cui ci sentiamo radiose, altri in cui siamo delle cesse (perche quando è questo il sentimento allora diventa una realtà assoluta), altri ci sentiamo dei cannoli ripieni e altri ci sentiamo fuori luogo come un pinguino alle Maldive.

Allora io mi chiedo perché la ragazza dai capelli rossi e l’eye-liner nero, bella come poche, sicura di se come un under-25, intelligente come una persona che pensa, sembra non capire come mai qualcuno abbia bisogno di qualcosa per andare avanti?

Come mai quella ragazza mi guarda con compassione come se il problema fosse mio, fossi io? Il fatto che tenere testa a 10 uomini a lavoro sia complesso non è, nella sua mente, perché i maschi hanno un linguaggio diverso dal mio ma perché io non sono abbastanza.

E perché un’altra ragazza crede che se scelgo di mettermi i tacchi o il rossetto per affrontare una riunione è come se ammettessi che la mia intelligenza non sia sufficiente? 

E perché un’altra ancora fa fatica ad accettare che se un uomo non riesce ad incazzarsi con me e mandarmi a fanculo come farebbe con un collega maschio io, di questo suo limite, me ne devo approfittare, devo farne un’arma a mio vantaggio? 

Perché un collega può far cadere continuamente l’occhio sulle mie tette per tutta la durata di una conversazione e io non posso approfittare di questo suo momento di distrazione (che vi ricordo è sulle mie tette) per portarlo a fare ciò che serve a me?

Io l’ho fatto: parlavo di questa cosa che volevo fare, lui snobbava il mio pensiero ma nel frattempo apprezzava ad intermittenza le mie tutte. Allora, ad un certo punto mi sono stancata sia di parlare sia di fare da show e gli ho detto: “ Se guardi più su trovi la mia faccia” e senza aspettare che replicasse (anche perché lo avevo colto in fragrante ed era tutto disoriento, non sapeva se scusarsi o fare una battuta del cazzo che avrebbe fatto ridere solo lui e incazzare me) ho incalzato: “ Allora si fa come dico io, giusto?”. Cosa avrebbe potuto rispondere: “ Scusa non ti ho ascoltato perché hai delle tette da paura, puoi ripetere ma non prometto che non mi distrarrò ancora”?

Essere intelligenti è anche questo.

E poi, in quell'aula, quasi tutti a pensare che il mio pensiero sia pieno di stereotipi.

Avrei voluto dire tante cose alla ragazza dai capelli rossi, bella come poche, che crede sia solo un mio problema riferito al mio lavoro. Ma non le ho detto niente.

Lei crede che la sua generazione sarà diversa e io glielo auguro e credo che in parte sarà così. Credo anche però che, se le cose sono migliorate, non significa che bisogna smettere di parlarne.

Potrà essere un problema della mia generazione ma a me sembra che anche nella sua generazione ci sono giovani donne con disturbi dell’alimentazione, ci siano ragazze incassate in un angolo e violentate alle quali viene data la colpa della gonna corta, ci siano neoprofessioniste alle quali viene negato l’accesso ad un determinato posto di lavoro perché donne.

 

Tutto questo è reale ed è oggi, è ora!  Per cambiarlo non dobbiamo aver paura di parlare di stereotipi come se fossero roba da potevi deboli facilmente influenzabili. Non bastano dieci lauree per superare un capo che ti dice: “Non ho potuto darti l’aumento perché tu non sorridi a chi devi sorridere”. Non basta tutta l’intelligenza del mondo a far sbollire la rabbia che ti sale quando senti un dirigente dire che non assumerà più donne, sottintendendo che la scritta che si trova sulle inserzioni di lavoro “La candidatura è rivolta ad entrambi i sessi” è solo una grossa presa per il culo. Non basterà tutta la sicurezza degli under-25 ad evitarti di farti venire occhi gonfi e voce spezzata quel giorno che dirai, stremata dalle tue 60 ore settimanali sbattuta a destra e manca per tutta Italia, “Dillo che l’aumento non me lo darai mai perché non vuoi investire in me perché sono in età da figli”. E gli occhi gonfi non ce li hai perché il tuo capo ti ha fatto incazzare con questo comportamento, perché la maternità è un diritto o perché devi essere libera di scegliere della tua vita ed essere pagata per quando dai all’azienda. No, gli occhi si gonfiano e la gola si spezza perché è tornato in dietro una tua teoria che avevi lanciato con impeto quanto eri una under-25. E’ tornata indietro con tanta forza da farti sentire spezzare le vene, da schiacciarti il petto e toglierti il fiato, farti scoppiare di rabbia contro te stessa, contro tutta quella presunzione che saresti stata una donna libera: da condizionamenti, dallo stereotipo della famiglia, dalla necessità di dover scegliere carriera o maternità, di poter fare tutto e anche di più, di essere diversa da tutte le altre donne frustrate. La presunzione che brava e intelligente come eri niente ti avrebbe fermata, che chi ti avesse ascoltata avrebbe messo da parte ogni condizionamento e avrebbe visto solo le tue splendide potenzialità.

Ero veramente convinta che la mia curiosità, la mia determinazione fossero un’arma vincente che le aziende avrebbero pagato bene, fino a quando il mio responsabile non mi ha detto: “Sei intraprendente e determinata. Mi dispiace Claudia ma se non impari a stare al tuo posto ti dovrò togliere certi progetti. Ricordati: mai fare meglio dei tuoi superiori”

A quella ragazza oggi non ho detto tutto questo perché nel suo sguardo ho visto me 10 anni fa. E la me di 10 anni fa non si sarebbe lasciata ingannare da una che rimane in un’azienda dove c’è un capo che la tratta così. Anzi non so neanche se avrei preso in considerazione una che ha abbandonato l’ambito accademico e di ricerca per andare in una multinazionale.

Per cui a quella ragazza non ho detto niente perché per me è un film già visto ma per lei è una premier e a me non piace chi spoilera.

Ragazza goditi il film, sarà un successo! (ma prepara i Kleenex)

 

Ps: giusto per sostenere la teoria che non sono una pazza solitaria in questa mia visione leggete pure questo post di un’altra blogger fantastica.

 

P.p.s.: sarà che la loro generazione è diversa dalla mia… ma eravamo in un’aula con una trentina di persone: 4 maschi, restanti femmine. Chi ha osato parlare per primo? Un maschio. Chi è stato il secondo? Un maschio. Cioè il 50% dei maschi ha parlato e lo ha fatto per primo anche se la probabilità che ad aprire le danze sarebbe stata una donna, a patto che uomini e donne abbiamo lo stesso comportamento e modo di relazionarsi in gruppo, era di quasi l'87%. Quando ho fatto notare tutto questo hanno commentato che non è perché sono diversi, è perché quei due maschi sono i soliti rompi palle della classe… cioè hanno ammesso che sono sempre gli uomini a lanciarsi (ma anche questo non l’ho detto, capiranno che non è una dinamica isolata a quella classe ma ho scelto di concedere loro il tempo per capirlo ; )

 

 

 

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