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Formazione ma quanto mi costi?!

September 16, 2016

In questo blog si parla di lavoro. E lavoro sia! 

 

Sono cresciuta con un padre e una madre che di lavoro si sono sempre dovuti ammazzare. Perché con il lavoro si mangia ma non da Cracco. Si mangia facendo la spesa al supermercato con l'offerta 3X2. E ci si paga l'affitto e poi, chissà, pure una casetta. Con il lavoro ci si pagano cose che servono per vivere ma non per strafare. Per quelli ne servono di più per cui i vestiti di marca non si possono neanche nominare - che non sei mai contenta - e le vacanze sono dove sono i tuoi nonni - che sei un'egocentrica che pensi solo a te se d'estate non li vuoi vedere - e quando sarai tu a guadagnarti i soldi ci farai quello che vorrai.

 

Detto fatto:

  • “Mamma da che età si può lavorare?”

  • “Dai 13 anni.”

…………….

  • “Mamma ho 13 anni, mi fai il libretto di lavoro e mi trovi un lavoro?” 

Ai miei non sembrava vero! Avevano l'opportunità di darmi una solenne lezione: il lavoro è fatica! E i soldi si sudano. Era l'estate dei miei 13-14 anni. Avevo terminato le medie e mi si aprivano le porte delle superiori. Allora decisi di andare a lavorare per comprarmi tutto l'outfit per il primo giorno di scuola più un motorino usato. Il motorino usato mi costò 150 mila lire e qualche supplica a mia nonna che mi aiutò con assicurazione, bollo e gestione delle ire dei miei. Miei che ancora speravano di avermi dato una lezione mandandomi a lavorare tutti i sabati d'estate in un panificio a 45°C: servire al banco, caricare il furgone per le consegne, pulire vetrina e negozio, controllare e sistemare il magazzino. Devo essere sincera, il primo mese è stata durissima, 10 ore in piedi, due commesse che avrei preso a schiaffi dalla mattina alla sera, il caldo - tanto caldo - e i miei amici che andavano in piscina! 

 

Poi arrivò lo stipendio! Il mio primo stipendio! E i miei occhi si illuminarono... Era così che si guadagnavano soldi? Così che si faceva? Figo! La lezione dei miei genitori mi fece diventare quella che sono: una dipendente da stipendio! 

Capii subito che il lavoro e lo studio potevano e dovevano andare di pari passo così lavorai tutte le estati delle superiori.

 

 

Con l'avvento dell'università le cose cambiarono. Fino ad allora avevo scherzato lavorando qua e là per periodi limitati senza esperienza ma senza neppure aspettative. Finita la maturità mi si presentò il problema  retta universitaria. Ero sicura di riuscire ad ottenere la borsa di studio? No. Mi sarebbero bastati i soldi racimolati facendo lavoretti d'estate? No. Allora dovevo iniziare a fare sul serio. Decisi di fare la raccomandata è farmi assumere nel posto più ambito da tutti gli studenti universitari della zona. C'era chi era disposto a fare carte farse per entrare ma io ero semplicemente la ragazza del figlio del capo quindi fu facile non solo entrare ma anche accedere direttamente al laboratorio di analisi della fabbrica, posto "pulito", con aria condizionata. 

 

Se ve lo state chiedendo: si, il posto più ambito era una fabbrica. Per l'esattezza la fabbrica dove si produceva zucchero dalla barbabietola. Sembrerebbe una cosa dolce invece la barbabietola è un tubero e arriva in grandi camion ricoperta di terra ( o fango se piove ) scarafaggi, vermi, rane e, a volte, topi. È la natura ragazze! È così. Inoltre la barbabietola sminuzzata e cotta emana un odore nauseabondo che pervade l'aria a distanza di chilometri e ti penetra ogni indumento che indossi, insomma puzzi come non hai mai puzzato in vita tua. Questo era il luogo tanto ambito da tutti perché la paga era buona e la mensa ottima. Le donne lavoravano dentro e gli uomini fuori al piazzale. In questo luogo imparai cosa significa essere operai, cosa significa lavorare, cosa significa lavorare con gente ignorante ma soprattutto l'importanza di avere dei diritti.

 

Lavorai lì per 6 campagne cioè tutte le estati dell'Università. E in questi 6 anni vidi:

• 2 ragazze con dita mozzate dalle lame di una macchina infernale con le quali erano costrette a lavorare 8 ore di fila più straordinari

• 1 ragazzo morto schiacciato da un camion

• 1 ragazzo con la mano schiacciata da una macchina 

Vari incidenti di minor rilevanza non li ricordo neanche. 

Ricordo invece il mangiare chiuse sedute nel bagno con gli scarafaggi perché di là mangiava il capo e non sia mai che la plebe si mischi all’aristocrazia. Ricordo gli sguardi di quando arrivai per la prima volta: ecco un’altra raccomandata (scoprii presto che erano tutti figli di qualcuno e l'estate successiva passai dalla posizione di "ragazza del figlio del capo" a "ragazza stronza che ha lasciato il figlio del capo" il che mi complicò un po' la vita da cui imparai che la raccomandazione è una gran fregatura!).

 

Ricordo che essendo mancina ero troppo lenta nella manualità di quell'operazione ripetuta per 8 ore di seguito (perché si, si lavorava a catena) e i capi mi urlavano all'orecchio che mi avrebbero sbattuta "di là" con le operaie se non fossi diventata più veloce. Io non feci mai una piega, non replicai mai, non arrossii mai ma soprattutto non piansi mai. Quasi tutte quelle passate di lì piansero almeno una volta, io mai. Mai, perché dovevo dimostrare a tutte che ero entrata per raccomandazione, si, ma che sono rimasta per capacità. E in quell'ambiente era importante non piegarsi: non piagarsi all'odore nauseabondo alle 5:50 di mattina, ai turni, agli straordinari, all'acido per pulire i bicchieri, agli scarafaggi grandissimi, alle urla dei capi, alle loro imprecazioni contro di te, non piegarsi a niente. 

 

E diventai la più veloce ma anche la più impassibile. Sorridevo, salutavo, ero garbata, mai scortese e se provocata non rispondevo. Riuscii a farmi volere bene dalle operai, rispettare dai capi, sopportare dalla controparte ( i controllori, quelli cioè che controllavano il nostro operato costantemente). Quei sei anni mi hanno formata a colpi duri.

 

 

Oggi posso dire che non era un bel posto in cui lavorare ma a quel tempo mi sembrava il massimo a cui ambire perché mi avrebbe dato la possibilità di formarmi, di frequentare l'università e avere una scelta. Un giorno della prima settimana passata a fare il turno di sera dissi a mia madre: "Grazie che mi fai studiare”.

 

Eravamo tutti ragazzi con lo stesso obiettivo: lavorare per formarci, per studiare, per arrivare ad un futuro migliore. Eravamo disposti a tanto, non solo a studiare sopra i libri ma a giocarci tutte le estati, anche a lavorare per pagare rette universitarie, libri, per pagare un biglietto di solo andata per il nostro futuro, anche fosse stato a caro prezzo. E per alcuni è proprio stato un prezzo troppo alto. 

 

Sono cresciuta così, sapendo che per raggiungere scopi bisogna lottare ma ci sono lotte che non si dovrebbero dover combattere: come quello della sicurezza sul lavoro e del rispetto! 

Eppure, a più di 10 anni da quel periodo mi sembra che le cose non siano particolarmente migliorate.

Vedo sempre più persone non disposte a formare se stesse mantenendo comunque l’ambizione a posizioni migliori. Come se la carriera sia solo questione di tempo e non di capacità, conoscenze, esperienze. Vedo tante donne spendere soldi in corsi di pilates, corsi di make-up e non voler spendere 1 euro in formazione. 

E poi vedo aziende che, forti del "non c'è lavoro, c'è crisi" si permettono di trattare i dipendenti a pesci in faccia. 

E tutto ciò mi spaventa molto.

 

Dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo investire in noi e imparare a far valere i nostri diritti. Dobbiamo essere in grado di dar voce alle nostre idee, ai nostri pensieri. Imparare la diplomazia e saper cattura l'attenzione, saper negoziare e portare avanti i nostri progetti.

Dobbiamo formarci per cresce, per ambire a posizioni più alte dove potremo prendere decisioni e mettere in pratica la nostra piccola rivoluzione.

 

 

 

 

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